Libri di arte, poesia e filosofia

La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

martedì 14 marzo 2017

Apollinaire nella nuova lettura di Mario Fresa


Recensione di GIUSEPPE MANITTA

Mario Fresa

Siri Nergaard nell’introduzione al volume miscellaneo “Teorie contemporanee della traduzione”, uscito per Bompiani in ristampa nel 2014, sostiene che sia opinione di molti considerare la traduzione alla stregua di una riproduzione identica dell’originale. Leggendo le traduzioni di Mario Fresa confluite nel suo recente libro “In viaggio con Apollinaire” (con disegni di Massimo Dagnino, edizioni d’arte L’Arca Felice), ci viene in mente per contrasto il passo appena citato e, in contemporanea, un’operetta un po’ più antica: il “De interpretazione recta” di Leonardo Bruni. A distanza di oltre cinquecento anni (l’opera bruniana è databile tra il 1420 e il decennio successivo), il problema-traduzione come fedeltà e interpretazione permane e, in alcuni casi, con i medesimi termini. I testi di Mario Fresa, dunque, prima ancora che essere letti come semplici traduzioni debbono essere considerati secondo il loro valore letterario, individuando il “senso” che l’autore ne vuole dare. Sarei molto cauto nel definire “tra-ductio” quanto Mario Fresa ci offre, ma mi riferirei ai suoi testi nel termine di imitazioni, come riappropriazione di Apollinaire, perché non possiamo sottovalutarne la correlazione con altri testi e il ripensamento in un contesto altro (Bachtin). I versi vanno oltre, dunque, il “trans-ducere”, ma vivono di una luce propria, potremmo dire cogliendo l’anima del loro archetipo. Questo è il valore che Mario Fresa ci permette di cogliere, a mio avviso.


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giovedì 24 novembre 2016

Le coincidenze di Apollinaire

di Davide Cortese






L'intersezione e la contaminazione sono una costante della vita di Guillaume Apollinaire, come di molti altri artisti della sua stessa generazione. La volontà di entrare in un mondo, quello della modernità, e di tradurlo richiede mezzi diversi da quelli tradizionali: l'interazione tra le arti, un approccio mentale che si serve di materiali estranei alla propria disciplina. Per questo il poeta francese sembra essere una scelta perfetta per la collana “Coincidenze” delle Edizioni L'Arca Felice, che propone poesie e lavori grafici al lavoro insieme. L'ultima plaquette pubblicata, In viaggio con Apollinaire, riporta dieci poesie, estratte dalle tre raccolte dell'autore; tradotte dal poeta Mario Fresa e affiancate dai disegni di Massimo Dagnino.
L'entusiasmo di Apollinaire verso il nuovo convive con altre dinamiche emotive: un senso di nostalgia investe la totalità della vita. Il passato, sentito perduto e male impiegato, rode il presente costringendo il poeta a una sorta di «gambero». Un continuo rivolgersi indietro, ostaggio del dubbio che cancella ogni possibilità di rottura; l'uscita dallo stallo è sempre rimandata: «O belle, mie belle, terribili giornate! / Topini del tempo che la mia vita divorate! / Trent'anni, miodio, trent'anni li compirò tra un mese! / Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!». 
Lasciate da parte le controfigure animali del “Cortège”, il poeta non abbandona la nostalgia, ma la trasforma nel motivo del ricordo: generatore di «legami» con le persone amate o con personaggi che il mondo esterno offre. Perso il suo carattere occlusivo, il ricordo è percepito come qualcosa di compiuto, ad esempio un «frutto», e nello stesso tempo come labile («I ricordi sono corni da caccia /  E il loro suono si disperde nella bocca del vento»). L'ambivalenza della memoria, che nell'attualizzarsi subito scompare, permette di mantenere una consistenza al sé e lasciare aperto il campo alle possibilità, il nuovo reso accessibile: «Ascolta cadere i legami che ti tengono su, che ti tengono giù».

I disegni di Massimo Dagnino propagano dal testo. Gli animali delle poesie, ripresi dal segno, fanno trasparire una certa continuità; passata, però, attraverso «il cavo del cuore». Il logo della collana riconfigurato esplicita la poetica dell'autore nei confronti dell'“illustrazione”: come i topi che imperversano rosicchiando il paesaggio loro dato, le tavole fanno cibo dei testi. Si aprono «incontri» tra materiali di scarto e  impresagite vedute.


                                                                                                                    

Mario Fresa, In viaggio con Apollinaire, Edizioni d’arte L'Arca Felice, Salerno, 2016.




Massimo Dagnino, Anatomopaesaggio (Galleria Chiesino), Matita su carta, 2009.















giovedì 15 settembre 2016

In viaggio con Apollinaire






Mario Fresa

In viaggio con Apollinaire


Traduzioni 1994-2016


Disegni di Massimo Dagnino

Edizioni d'arte L'Arca Felice, 2016







Mario Fresa è nato nel 1973. Poeta e traduttore, ha collaborato a «Caffè Michelangiolo», «Paragone», «Gradiva», «Nuovi Argomenti», «Almanacco dello Specchio». Tra i suoi ultimi libri: Uno stupore quieto (poesia, 2012); Come da un’altra riva (saggio, 2014); Catullo vestito di nuovo (traduzioni, 2015).


Massimo Dagnino è nato nel 1969. Tra le sue ultime pubblicazioni, la raccolta poetica Adolescenza (2012) e il catalogo Sinossi, disegni 2009-2012 (2014). Sue poesie sono apparse su varie riviste, tra le quali «Almanacco dello Specchio», «Nuovi Argomenti» e «Quadernario».






mercoledì 6 luglio 2016



Mario Fresa




Questionario di poesia

(60)



Alberto Pellegatta






Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Ho sempre voluto superare le intenzioni, qualsiasi fosse il progetto iniziale. Mi interessa una scrittura densa che si spinga oltre il naturalismo, che sappia creare attrito e rischiare.   


Come nasce, in te, una poesia?

Non nasce in me ma nelle parole. Nasce direttamente dal linguaggio, dalla combinazione di termini altrimenti insignificanti. Può partire da una storia, da una situazione, ma è sempre un fatto linguistico. Per questo non credo nell’ispirazione, semmai nel talento.


Un poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Il reale offre un serbatoio di complessità che l’autore può riconfigurare con fantasia per spingersi oltre l’apparenza e afferrare ciò che sfugge agli sguardi disattenti. In questo senso la poesia interpreta una tensione tra il mondo reale e quello potenziale.


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

A nascondino.


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

La poesia ti obbliga alla concentrazione e all’apertura verso l’altro. Insegna a non dare niente per scontato, e a guardare oltre la superficie. Educa alla pazienza. E a mantenere bene i propri strumenti di lavoro: il linguaggio. Se il linguaggio è curato fin nei dettagli millimetrici, se funziona bene, allora anche il pensiero funziona. Non c’è filosofia senza un linguaggio in salute.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Dipende dal testo e dal poeta. Tutta la letteratura è una finzione. Diversamente sarebbe cronaca, didascalia.


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Purtroppo ci sono molti autori dimenticati, perfino classici come Tasso o Chaucer. Tra i contemporanei non si può non pensare a Sandro Penna, a Antonio Porta, a Dario Bellezza, e agli stranieri Donaghy e Gamoneda, che ho pubblicato nella collana di cui mi occupo per Edb Edizioni.


Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

Il poeta è un essere semplice, credo si accontenterebbe di salute e contanti.


Puoi citare un verso che ti è particolarmente caro?

Di Umberto Bellintani, altro autore da ricordare: Bocca di balena dai centomila denti d’oro / per ingoiare stanotte la terra.









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